Nessuna delle asset class rischiose si è salvata dalle prese di profitto nella passata settimana, dalle azioni alle materie prime, con conseguente recupero dei titoli governativi, supportati da minori tensioni sul fronte inflattivo, poiché i prezzi al consumo e alla produzione negli Usa sono usciti inferiori alle previsioni e leggermente più alta delle stime in Europa, ma forse in questo caso, considerato il rally del Bund, ci si aspettavano dati peggiori.
Nel medio-lungo termine per il trend rialzista, dal punto di vista dello spessore, non s’intravvedono minimamente i segnali che ne anticipano l’avvicinarsi del capolinea.
L’advance-decline line sul Nyse di recente ha superato i precedenti massimi dell’anno e si mantiene sopra la sua media mobile a 200 giorni.
Nel precedente Bull market, come anche in quelli prima, la crescita sana dei prezzi è stata sempre accompagnata da un’A-D line correlata agli stessi.
Al contrario divergenze con i prezzi, con massimi decrescenti dell’A-D line, come quella realizzata tra giugno e ottobre 2007, hanno marcato la parte finale del Bull Market.
Nonostante la chiusura negativa dell’S&P 500, l’indice Vix, che misura la volatilità sulle opzioni dell’indice, ha registrato una significativa perdita nella passata settimana (-14,27%).
Venerdi il Vix ha chiuso a 15,32 il valore più basso dalla metà del 2007.
Volatilità implicita sulle opzioni in calo è una caratteristica dei Bull Market.
Tra il 2004 e buona parte del 2007 il Vix ha oscillato sotto il suddetto livello, con l’S&P 500 che registrava un rialzo superiore al 45% senza mai perdere in ogni singola correzione più del 10%.
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Lo stato emotivo degli investitori privati americani è l’aspetto più confortante, dal punto di vista del sentiment, in questo momento.
I piccoli investitori privati, che investono in fondi, etf o portafogli di azioni con un’ottica da cassettista, riuniti nell’associazione AAII, confermano di avere meno certezze di quante avessero alla fine del 2010 o all’inizio del 2011.
Sui minimi di metà marzo il Bull Bear Ratio AAII era sceso in zona di pessimismo, il recupero del mercato azionario non ha poi riportato il sentiment, misurato da questo indicatore, sui livelli coincidenti con i massimi di metà febbraio. La percentuale dei rialzisti AAII nella passata settimana è calata al 42,25% contro il 51,54% della prima settimana di febbraio, quando l’S&P 500 si trovava 10 punti sotto i livelli segnati nella passata settimana.
Più giustificati nel loro scetticismo i traders che operano sui futures negli Usa, ancora una volta riguardo alle prospettive del mercato azionario europeo.
Il calo delle borse europee nella passata settimana ha spinto venerdi il Daily Sentiment Index a quota 45%, il 10% in meno dei livelli raggiunti la settimana prima.
Ovviamente la mancanza di direzionalità evidenziata da più di un anno dal mercato azionario europeo, fatta eccezione per le small cap, appesantito dal settore finanziario, ha inciso sulla fiducia dei traders e degli investitori.
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Nella passata settimana siamo entrati nella stagione degli utili trimestrali, facciamo alcune considerazione sui fondamentali delle azioni.
Le aziende dell’S&P 500, dopo gli 85 dollari di utili nel 2010, nell’anno corrente si stima che raggiungano i 97 dollari di utili, per poi segnare il record storico di 106 nel 2012.
Ai prezzi attuali quindi l’S&P 500 tratta 13,6 volte gli utili del 2011 e 12,45 volte quelli previsti fra un anno.
A livello mondiale il Price/Earnings stimato a 12 mesi è ora a 12,19 volte, ampiamente sotto la media a 16,67 calcolata dal 1990.
Nonostante il rialzo dell’MSCI World registrato fino ad ora ci troviamo ancora sotto la linea di -1 deviazioni standard, oltre che sotto il picco raggiunto alla fine del 2009.

Il declino del P/E testimonia il fatto che i prezzi non hanno registrato negli ultimi 12 mesi lo stesso incremento degli utili aziendali.
Paolo Calcinari
paolo@sentimentcharts.it





