Nella passata settimana abbiamo assistito al peggior crollo degli indici azionari dal novembre 2008, le materie prime si adeguano alle generali preoccupazioni di una ricaduta in recessione, con l’eccezione dell’oro che si avvicina ai 1.700 dollari.
La caduta verticale degli indici, in particolare nella giornata di giovedì, ha sollevato lo spettro di un altro “Cigno Nero” sui mercati finanziari dopo di quello dell’Ottobre 2008.
A seguire la caduta degli indici azionari, i tassi a lungo termine degli Usa e della Germania, il Bund tedesco ora rende il 2,34% quanto l’inflazione.
Il decennale Usa ha chiuso venerdì leggermente in rialzo, dopo aver sfiorato il 2,40% di rendimento, livello che rappresenta il 2° minimo crescente da quello segnato alla fine del 2008.
Settimana dei record negativi, non solo per l’estrema volatilità e ribassi, ma anche per i volumi, nonostante il periodo feriale in cui l’attività borsistica dovrebbe ridursi.
Giovedì è stata una giornata di “capitolazione” per gli investitori. Il rapporto tra volumi in vendita e volumi in acquisto è stato di 90 a 1, 90 azioni vendute e una sola acquistata.

I casi in cui è stato raggiunto o superato un tale rapporto dal 1950 sono i seguenti.
Solo 1 dei 9 casi registrò una perdita, comunque insignificante (-0,1%).
Anche in questo caso il rapporto rischio/rendimento è nettamente favorevole.

L’indice della paura, il Vix nella giornata di giovedì è balzato di oltre il 35% segnando nuovi massimi annuali.
Questo è successo solo altre 2 volte (+35% e nuovi massimi annui nello stesso giorno), l’S&P 500 in tutti e due i casi, a parte recuperi di brevissimo termine, ha realizzato rialzi superiori all’8% nell’arco dei 3 mesi successivi.
19/10/1987: +10,9% incremento, -3,7% massima perdita, +16,4% massimo guadagno
13/10/1989: +1,0% incremento, -2% massima perdita, +8,1% massimo guadagno
Per analizzare un numero di casi maggiori, valutiamo cosa è successo dopo rialzi del Vix pari almeno al 25%.
Dei 9 casi 7 hanno comportato rialzi a distanza di 3 mesi.
Gli unici 2 falsi segnali sono stati veramente catastrofici, il giorno prima del crash dell’Ottobre 1987 e nel settembre 2008 post-fallimento Lehman Brothers.
Il crollo verticale degli indici azionari non poteva che far cadere nel pessimismo estremo i traders che operano sui futures, i quali non nutrono più alcuna speranza di recupero.
Il Daily Sentiment Index sull’S&P 500 venerdì ha raggiunto quota 8%, significa che solo questa percentuale tra i partecipanti al sondaggio giornaliero si è dichiarata rialzista. Un tale livello di pessimismo, inferiore a quello raggiunto sui minimi di fine giugno 2010, è superiore solo a quello d’inizio marzo 2009.

Anche il DSI sul Dax ha raggiunto venerdì valori minimi estremi che ancora non si erano visti dall’inizio del Bull Market.
Sui minimi di maggio e giugno 2010 il DSI rimase sopra quota 25, mentre ora ha raggiunto quota 10.

A un estremo pessimismo sulle borse corrisponde un estremo ottimismo sui titoli governativi tripla AAA, come il Bund tedesco, il quale beneficia anche degli acquisti derivati dalla vendite dei titoli periferici dell’area euro.
Il DSI sul Bund, nonostante il ripiegamento di venerdì, si è mantenuto oltre la linea dell’estremo ottimismo in tutti i giorni della settimana.

Crolli come quello della passata settimana non sono facili da riassorbire, il danno alla fiducia e alla propensione al rischio degli investitori è stato elevato.
Necessiteranno diverse settimane di consolidamento, alternati di alti e bassi anche repentini, per permettere agli investitori di valutare in modo più razionale i dati economici e i fondamentali delle aziende, i quali dopo il calo dei prezzi si trovano in condizioni di estrema sottovalutazione rispetto all’obbligazionario.
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Paolo Calcinari




